LO PSICOLOGO MARIO POLITO

E LE TECNICHE PER IMPARARE

IL METODO PER FARE CENTRO A SCUOLA

Articolo di Cinzia Zuccon Morgani , Il Giornale di Vicenza 9 gennaio 2012 pagina 12

 

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Finite le vacanze di Natale, agli studenti saranno consegnate le pagelle del primo quadrimestre e la domanda che spesso in famiglia ci si pone davanti a risultati stiracchiati o decisamente insufficienti è: quanto quei voti rispecchiano le reali potenzialità dei ragazzi? Studiano poco o studiano male? Perché a volte, anche studiare non basta, bisogna saper studiare ovvero: avere un metodo efficace. Ma come?


Su questo tema Mario Polito, psicologo e pedagogista che da anni conduce corsi di forma zione sull’apprendimento e le tecniche mnemoniche ha pubblicato “Imparare a studiare. Le tecniche di studio. come sottolineare, prendere appunti, creare schemi e mappe, archiviare” (ed. Editori Riuniti University Press, Roma)


Dott. Polito, quanto influisce nella resa scolastica e nel tempo che si impiega a studiare aver elaborato un metodo di studio?


È determinante: chi ha metodo studia in metà tempo e con maggior profitto. Col metodo consegui risultati, capisci che puoi fidarti della tua mente. Questa sensazione aggancia i ragazzi allo studio anche per ché permette loro di ricavare il tempo di coltivare amicizie e interessi altrettanto importanti della scuola.


Quanti ragazzi sanno studiare? E come hanno imparato?


Meno di tre studenti su dieci sanno studiare autonoma- mente. Si tratta di ragazzi, più spesso di ragazze, con genitori che insistono sul fatto che tutte le cose bisogna conquistarle col metodo. È un’abilità che andrebbe sviluppata fin dalle elementari, ma troppi insegnanti danno già per scontato il metodo di studio.


Nel suo libro elenca ben 23 metodi solo per prendere appunti e innumerevoli suggerimenti su come sottolineare o memorizzare. Dovendo esporre alcuni concetti essenziali a uno studente quali sarebbero?


Primo: sta attento in classe, fai domande, prendi appunti e poi a casa riorganizzali subito, assimilarli è essenziale, da furbi. Secondo: non spaventarti del numero di pagine che devi studiare ma rispondi prima a questa domanda: cosa so già di questo argomento? Terzo: cerca di capire in che modo impari meglio. Il cervello elabora la maggior parte delle informazioni con il canale visivo: il 60% delle persone studia meglio con schemi e mappe, solo circa il 20% riesce a ricordare bene solo ascoltando. Ma il metodo più efficace resta tra- durre nella pratica le informa- zioni studiate.


E se all’interrogazione c’è il blocco emotivo?


Portare dentro le informazioni è una cosa, portarle fuori un’altra, per questo bisogna allenarsi anche all’interrogazione. Immagina una domanda, sviluppa la capacità di esporre i concetti. E soprattutto non pensare che l’insegnante ti stia interrogando, pensa invece che ti stia intervistando: è un approccio completamente diverso, non è lui o lei che ti esamina, ma sei tu che devi raccontargli quello che sai. Considera l’interrogazione un palcoscenico dove dimostrare il tuo valore.


I genitori come possono aiutare i figli?


Aiutandoli a smaltire emozioni negative quando hanno la sensazione di non farcela e mettendo nel loro zaino emozioni pulite, forti: «Guarda i progressi che hai fatto, ce la puoi fare». E poi nell’accompagnamento cognitivo: chiedere ai bambini di raccontare cosa hanno imparato a scuola, usare invece la provocazione con i più grandi: «Tu che idea hai rispetto a questo argomento?».


Qual è l’errore più frequente che si commette sui libri e in classe?


Spesso il libro viene utilizzato senza la mediazione del metodo di studio, si danno per scontati il gergo e i termini che riporta, ma che non sempre sono padroneggiati dai ragazzi. Poi bisogna insegnare come collegare le informazioni. Ed è necessario che gli insegnanti offrano una motivazione allo studio. Gli studenti hanno bisogno di comprendere, concretamente, che lo studio serve per capire, affrontare e risolvere i problemi, sia che si tratti di un’equazione o di studiare la democrazia ateniese.

 

Non è raro sentire un insegnante dire: suo figlio, sua figlia ha capacità, ma non si impegna. Come interpretarlo?


È vero che il 60-70% degli studenti arranca alle superiori perché non ha costruito un metodo di studio, ma attenzione: la motivazione viene ancora prima del metodo. Se un ragazzo non è motivato a studiare non si chiede nemmeno se deve avere un metodo. Ricordo un insegnante che entrava in classe dicendo: «Ragazzi, facciamo matematica». È un approccio molto diverso dal dire «vi insegno matematica».


La cultura è tutto ciò che rimane dopo che si è dimenticato tutto. Ai ragazzi viene chiesto di memorizzare quantità enormi di dati e informazioni. Come far sedimentare ciò che è veramente importante?


Dopo che si è scelto l’essenziale lo si deve ripetere tante volte, i concetti vanno macinati come le tabelline. Così le informazioni si sedimentano e poi è possibile collegarle tra loro creando, nel tempo, un sapere interdisciplinare.


Le materie hanno programmi molto densi, che gli insegnanti si preoccupano di rispettare. Sono troppo concentrati su questo, a suo avviso?


In generale gli insegnanti dovrebbero dedicare più tempo a motivare i ragazzi, ad entusiasmarli. L’invito che rivolgo è: portate i ragazzi a connettere quello che stanno studiando con la realtà, se dimostriamo che qualsiasi cosa si studia serve, la resa degli studenti è assolutamente superiore.


Ci sono Paesi in cui il metodo di studio è una materia di insegnamento?


In Svizzera, dove ho insegnato per 16 anni formando i primi docenti sulle strategie di apprendimento. In alcune scuole professionali il metodo di studio è una materia come tutte le altre ma senza l’assillo del voto, ciascuno è naturalmente motivato a capire come trarre il meglio da se stesso.

 

www.editoririunitiuniversitypress.it

Per ordinare il libro si può scrivere una email alla Casa editrice: Sig.ra Anna Ricca

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